“Io ho un solo amico, è l’eco: e perché è mio amico?
Perché io amo il mio dolore e l’eco non me lo toglie.
Io ho un solo confidente, è il silenzio della notte.
E perché è il mio confidente? Perché il silenzio tace”
Kierkegaard

Autore(i): Dr.ssa Greta Lalli e Dr. Andrea Costa (*)

(*) Psicologa e Dottore in Psicologia Centro Eos Pavia

INTRODUZIONE

Il seguente articolo espone un intervento di prevenzione secondaria di tipo psicosociale inquadrato nel Progetto di Psicotraumatologia del Centro Eos, che solitamente è rivolto ai familiari di persone decedute a causa di morte improvvisa e inaspettata, allo scopo di prevenire l’insorgenza di sindrome psicotraumatiche. La peculiarità di questo caso è insita nel fatto che il soggetto destinatario del servizio non è parente della vittima dell’incidente, ma bensì è l’“autore colposo” dell’evento. La persona destinataria dell’intervento è stata presa in carico dal Centro su segnalazione del proprio medico curante, al quale tempo addietro era stato illustrato il Progetto di Psicotraumatologia. Sebbene il senso comune spesso attribuisca solamente alle persone che subiscono un danno o un lutto il ruolo sociale di “vittima”, nel presente caso era il soggetto che erroneamente aveva causato il lutto e di aver ritenuto di aver bisogno del servizio offerto. Questo ci ha spinto, nel corso dell’intervento, a riflettere se possa essere considerato come “vittima” solo chi effettivamente subisce l’evento traumatico, o anche colui che nolente ne è stato autore. La costellazione di sentimenti, percezioni, fantasie e elaborazioni di chi è in qualche modo “causa” della morte di un’altra persona, può a tutti gli effetti estendere la nozione di “vittima” dell’evento anche a chi “materialmente” ha concorso a realizzarlo?

LA TENTAZIONE DI ABRAMO

Dopo questi fatti, Iddio volle mettere alla prova Abramo e lo chiamò: “Abramo!”. Egli gli rispose: “Eccomi!”. E dio gli disse: “Orsù, prendi tuo figlio, l’unico che hai e che tanto ami, Isacco, e va nel territorio di Moria, e lì offrilo in olocausto sopra un monte che io ti mostrerò”.
Si alzò Abramo di buon mattino, mise il basto al suo asino, prese con sé due servi e Isacco, suo figlio, spezzò la legna per l’olocausto e partì verso il luogo che dio gli aveva detto. Il terzo giorno, Abramo alzò gli occhi, vide da lontano quel monte, e disse ai suoi servi: “Rimanete qui con l’asino; io e il fanciullo andremo fin lassù; adoreremo e poi ritorneremo da voi”.

Abramo quindi prese la legna dell’olocausto e la caricò sulle spalle di Isacco, suo figlio; prese poi in mano il fuoco e il coltello e s’incamminarono tutte e due insieme. Allora Isacco si rivolse a suo padre Abramo e disse: “Padre mio!”. Egli rispose: “Eccomi, figlio mio”. “Ecco il fuoco e la legna; soggiunse Isacco, ma l’agnello per l’olocausto dov’è?” Abramo rispose: “Iddio si provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio”. E continuarono assieme il viaggio.
Giunti sul luogo che dio gli aveva indicato, Abramo vi costruì un altare e accomodò la legna; legò poi Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. Stese quindi la mano e prese il coltello per scannare suo figlio”.  Ma l’angelo del signore gli gridò dal cielo: “Abramo! Abramo!” Egli rispose: “Eccomi!”. Allora l’angelo gli disse: “Non mettere le mani addosso al fanciullo e non gli fare alcun male: ora conosco che tu temi iddio, perché non mi hai negato il tuo figlio, il tuo unigenito”. Abramo alzati gli occhi, vide poco lontano un montone che era rimasto con le corna intricate in un cespuglio: andò a prenderlo e lo offrì in olocausto in luogo del figlio. Abramo chiamò quel luogo col nome: “Il signore provvede”, e perciò anche oggi si dice: “Sul monte il signore provvederà
”…

G. AUTORE e VITTIMA DI UN EVENTO TRAUMATICO?

La riflessione filosofica di S. Kierkegaard sulla vicenda biblica del sacrificio di Abramo ci ricorda la difficoltà di coloro che si ritrovano nella triste condizione di essere considerati colpevoli della morte di altri.
Il sacrificio umano di Isacco è stato impedito dal Dio padrone. Apparentemente, nessun sacrificio umano è stato commesso, tuttavia si può pensare che la figura di Abramo sia effettivamente destinataria delle caratteristiche di “vittima” .
Pur essendo un evento “comandato” da un’autorità divina, Abramo è comunque vittima dell’evento, nonostante ne sia l’esecutore materiale. Abramo potrebbe non essere capito dalla massa perché vive un rapporto speciale con l’assoluto. Apparentemente sembra un assassino, invece egli compie soltanto un sacrificio che gli viene richiesto da Dio. Il dramma di Abramo è il non poter  comunicare a nessuno la sua angoscia.
Nella prima fase dell’intervento, chiediamo a G., di raccontare liberamente l’accaduto; il racconto è caratterizzato da una gran ricchezza di dettagli, e dalla necessità di ripetere più e più volte la dinamica dell’incidente. Il soggetto sottolinea con insistenza il fatto che quella sera non avesse bevuto alcolici e che  non fosse intenzionato ad uscire, cosa che ha fatto sotto richiesta di un amico. Si evidenzia da subito la sua preoccupazione circa la sua responsabilità verso l’accaduto. Successivamente emerge in G. il desiderio di raccontare la “sua” storia, chi è, cosa ha fatto in passato, interessi e obiettivi nella vita. Così facendo ci descrive un immagine di sé in linea con quella del “bravo ragazzo”, di una persona che lavora, autonoma, con i suoi progetti. G. si sente accolto, inizia ad abbandonare il racconto della dinamica dell’evento, ripetuta ad oltranza in diversi incontri durante la prima fase del Progetto, dando maggiore spazio al suo mondo interno. Incomincia ad esprimere una forte rabbia, che motiva con la sospensione della patente a seguito dell’incidente, cosa ritenuta da lui scorretta; attraverso quest’episodio riesce ad esprimere interamente tale emozione. Questa rabbia è diretta verso coloro che secondo G. stesso lo etichetteranno come colpevole di omicidio, infatti, non essendo ancora in grado di riconoscere quest’emozione come un naturale aspetto di sé derivante dall’accaduto, sembra che  G abbia il  bisogno di attribuirla all’esterno.
Egli accusa diverse figure che meglio incarnano una funzione giudicante o che hanno a che fare con essa; dalla sua svalutazione di tali figure, prende forma la preoccupazione del giudizio degli altri,  come se G. non tollerasse la parte di se giudicante.
G. evita di uscire in paese, riduce i contatti con amici e colleghi, ci riferisce che le poche volte che riesce a uscire, difficilmente tollera la domanda “Come stai?”; G. associa inevitabilmente la domanda all’evento, e la interpreta  come un tentativo di dirigere i suoi pensieri all’incidente, quindi per farlo stare male e “punirlo”.
Anche la notte, diventa per G un momento delicato caratterizzato da incubi che lo riportano a rivivere il dramma del suo incidente, facendo suo il dolore della morte.
Come le vittime di trauma, anche G. continua a ripetere mentalmente l’esperienza con  ricordi intrusivi  che lo disturbano, tenta di evitare gli stimoli associati al trauma, il sonno è disturbato, e ripete che ha difficoltà a concentrarsi.
Questa situazione è intollerabile, al punto che per evitarla inizia a pensare ad una nuova vita, lontana da tutti, abbandonando di fatto i contatti che aveva avuto finora. La fantasia della nuova prospettiva di vita lo aiuta ad allontanarsi dai giudizi. Quando si immagina trasferito, si vede libero dal peso che l’evento comporta, anche in funzione della distanza che interpone tra il luogo dell’evento e sé stesso.
Lo aiutiamo a riflettere su questa decisione e insieme ci domandiamo se effettivamente un cambiamento concreto, seppure così radicale, ma senza un’ adeguata elaborazione di alcuni aspetti dell’evento, potrà effettivamente contribuire con certezza a migliorare la sua situazione mentale, caratterizzata non solo dalla sofferenza,ma anche  dalla confusione createsi internamente, si sente male come vittima di un evento traumatico, viene visto come autore, non sa come percepirsi.
Da quel momento , G. comincia a riconoscere alcuni aspetti giudicanti e persecutori che fino ad allora aveva attribuito all’esterno  come propri. Riesce così a rivedere i pensieri disturbanti e a domandarsi “ma io sono colpevole? l’ho ammazzato io?”. Da questo interrogativo  parte una vera e propria elaborazione dell’evento, che fino ad allora non era mai stata accessibile, che permette di rivivere l’accaduto, non più rievocando i minimi dettagli sulla dinamica, senza cercare ancora articoli di giornale da comparare, smettendo di ripensare ai commenti delle persone, agli sguardi di coloro che incontrava, ma attribuendogli il significato emotivo di ciò che aveva vissuto.
L’idea del viaggio viene sospesa, G. decide di prendersi un momento di riflessione prima di agire, inizia a pensare di scrivere una lettera ai familiari della persona deceduta, nella quale vuole comunicare la propria vicinanza e cordoglio. Al termine del Progetto G. comunica la sua decisione di non partire più .
G e Abramo  possono essere visti  sia come vittime e “carnefici” in senso lato, della situazione?
Nel caso di Abramo l’uccisione di un altro essere umano, il figlio Isacco, è richiesto da una volontà superiore riconosciuta, Dio; Abramo rispetta la consegna che gli viene impartita, non viene descritto il suo stato d’animo, ma possiamo domandarci quale fossero i suoi vissuti interni come sopravvivere di fronte ad una richiesta del genere senza potere comunicare a nessuno la sua angoscia?
Kierkegaard  immagina cosi il dramma di  Abramo  in “ Timore e Tremore”:

La sua aspirazione era quella di accompagnarsi al viaggio di tre giorni quando Abramo camminava preceduto dal dolore e avendo al fianco Isacco. Il suo desiderio era di essere stato presente nell’ora quando Abramo alzò gli occhi e vide in lontananza il monte Moria, l’ora in cui rimandò indietro gli asini e solo con Isacco salì sulla montagna…”
“… vide in lontananza il monte Moria. Rimandò indietro i servi e solo, tenendo Isacco per mano, salì sul monte. Ma Abramo diceva a sé stesso: “Non posso nascondere ad Isacco dove porta questo cammino”. Si fermò, pose la sua mano sul capo di Isacco in segno di benedizione e Isacco s’inchinò per riceverla. Il volto di Abramo era soffuso di paternità, il suo sguardo mite, il suo discorso incoraggiante. Ma Isacco non riusciva a capirlo, la sua anima non poteva elevarsi; egli abbracciò le ginocchia di Abramo, si gettò ai suoi piedi, supplicò per la sua giovane vita, per le sue belle speranze; ricordò la gioia della casa di Abramo, ricordò la tristezza e la solitudine. Allora Abramo alzò il ragazzo e prendendolo per mano si rimise in cammino, le sue parole riboccavano di consolazione e di esortazione. Ma Isacco non poteva comprenderlo. Abramo salì il Moria, ma Isacco non lo comprese. Abramo voltò da lui per un momento lo sguardo, ma quando Isacco rivide il volto di Abramo, esso era mutato: il suo sguardo era selvaggio, la sua figura un orrore. Prese Isacco per lo stomaco, lo gettò a terra dicendogli: “Sciocchino, credi tu ch’io sia tuo padre? Io sono un idolatra. Credi tu che questo sia un  ordine di dio? No, è un mio capriccio”. Isacco trasalì e gridava nella sua angoscia: “Dio del cielo abbi pietà di me, dio di Abramo abbi pietà di me; se io non ho un padre sulla terra, sii tu mio padre!” Ma Abramo diceva parlottando con sé stesso: “Signore del cielo, è meglio ch’egli mi creda un mostro piuttosto che perda la fede in te
”.”

Nel caso specifico di G egli risulta vittima in quanto come Abramo si è ritrovato ad essere protagonista  di  una situazione traumatica,  con la differenza che ad Abramo è stata risparmiato il peso dell’uccisione di un altro essere umano; diversamente da Abramo, G è considerabile come autore suo malgrado della morte della vittima dell’incidente in cui è coinvolto.
Dall’interpretazione di Kierkargard  emerge tutta la sofferenza e angoscia di Abramo che deve rispondere al supposto volere divino, indipendentemente dal diverso esito delle due vicende, come già introdotto, anche G. ha manifesto analoga sofferenza. Partendo dal  suo vissuto emotivo, del tutto simile a quello riscontrabile nelle persone colpite da lutto, abbiamo preso in considerazione, come spunto di riflessione il concetto di “vitima” e la sua evoluzione nel tempo.
L’etimologia del termine “vittima” deriva da victus, cioè “vitto”, in quanto era il cibo offerto agli dei, o anche da vincire, “legare”, perché si conduceva victa, Cioè “legata”, in sacrificio. Può anche derivare da victoria, in quanto essa si immolava ai numi in ringraziamento di una vittoria conseguita, d’altronde in tempi ancora antecedenti erano spesso i “victi”, cioè i “vinti” stessi che si immolavano. Un’altra ipotesi riconduce il termine a vigere, ovvero “essere robusti”, in quanto la vittima era scelta tra i capi migliori.
Nel passato quindi  la vittima rappresentava un dazio da pagare in segno di gratitudine per un evento importante, un soggetto sul quale “pesava” un fardello di grande portata. Nel senso comune, oggigiorno, la caratterizzazione del termine e del concetto di vittima non richiama più tali elementi di culture del passato, l’aspetto relativo al “sacrificio” qualora non dimenticato, è passato in secondo piano, mentre l’aspetto inerente al “fardello”, a un peso, un danno subito, è divenuto preponderante. Il Dizionario di Lingua italiana Sabatini Coletti si riferisce a “vittima” anche come a “chi muore o subisce grave danno in seguito a un incidente, a una calamità naturale, a una malattia e simili (…)”, e come “chi è perseguitato o subisce in qualche modo una sopraffazione (…). Chi è danneggiato, da una situazione o da un comportamento(…).”
È forse la definizione, il senso comune e la complessità del termine che non sempre ci permette  di riconoscere con chiarezza le persone come G possibili vittime?

CONCLUSIONI

Il trauma, come ci insegna S. Freud, è un evento che irrompe nell’ esistenza e che, con la sua portata sia reale che simbolica fa vacillare il senso stesso della vita, destabilizza il soggetto che lo subisce e crea un senso di panico, di angoscia, di stordimento, di vuoto.
Esso giunge a minare la stessa integrità biologica, sia in senso diretto, che sia come riflesso di uno status psichico debilitato. A sua volta l’autoconservazione, la conservazione dunque di se stessi,  vacilla anch’essa di fronte all’evento traumatico, aprendo la porta al “non senso”.
Anche a fronte di un cambiamento  come può essere la partenza, G. avrebbe molto probabilmente continuato a “vedere” segni del fatto di cui è stato tristemente protagonista, ad avere incubi e ad attribuire al mondo esterno le emozioni, la rabbia e il senso di colpa che non riesce a percepire come propri e rivolti verso se stesso. Quando G. viene cautamente guidato nella direzione di una più approfondita riflessione sugli aspetti mentali ed emotivi del trauma, i suoi discorsi mostrano un’acquisizione sempre maggiore di capacità introspettiva, fino ad arrivare a riconoscere come propri i sentimenti di rabbia e senso di colpa generati dall’evento. Comunicando con le parole, verbalizzando la sua angoscia, i sentimenti di dubbio riguardo la responsabilità della morte della vittima, G. ha la possibilità di uscire da questo circolo vizioso, di differenziarsi rispetto ad Abramo descritto in Timore e Tremore,di alleggerirsi dall’oppressione che subiva dall’evento traumatico, che invece Abramo giocoforza doveva sopportare. G. rendendosi conto del fatto che gli aspetti giudicanti che avvertiva all’esterno e le conseguenti azioni punitive fossero una sua genesi, non sente più il bisogno di giustificarsi circa la sua responsabilità di un incidente nel quale ha avuto , a gli occhi degli altri un ruolo attivo.
Alla luce di quanto è stato esposto si può pensare che sia importante e non trascurabile la sofferenza anche di coloro che pur non sembrando  rientrare nella visione sociale di “vittima” si percepiscono come tale?

 

BIBLIOGRAFIA

Claudia Jasmin Marelli, Valeria Perrucci,( 2008) “Quale approccio nel periodo post-immediato nelle sindromi psicotraumatiche?”,

Kierkegaard, (1843) “ Timore e Tremore”

Sacra Bibbia, Genesi 22,1-1

Joseph S. (2000) “Dopo il trauma, supporto sociale e salute mentale”. in W.Yule: “Disturbo post-traumatico da stress: aspetti clinici e terapia”. Milano McGraw – Hill, 59 – 75.

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