Autore(i): Senna Elisa

INTRODUZIONE

In un mio articolo precedente, discutevo come l’avvento e l’utilizzo sempre più diffuso di Internet , delle comunità virtuali e dei Social Network possa influenzare le modalità di comunicazione e interazione umane. In particolare, mi soffermavo sul fatto che nella Rete si attua una ridefinizione completa di pubblico e privato, che comporta l’irrilevanza dell’identità corporea e la visibilità pubblica mutevole e proteiforme (Senna, 2011). L’ampia diffusione della Rete ne fa, quindi, uno strumento d’impatto per quanto riguarda tutto l’ambito della comunicazione e delle relazioni umane. Questo mio lavoro nasce dalla riflessione su quello che può succedere in tal senso in un particolare tipo di interazione, la relazione psicoterapeutica. Nello specifico parlerò delle nuove connotazioni che può assumere, grazie ai nuovi strumenti comunicativi, la dimensione dell’autorivelazione del terapeuta. Attraverso Internet, infatti, sta aumentando sempre di più la possibilità di accesso ad informazioni private sulla persona, anche senza il controllo diretto dell’interessato; e questo coinvolge inevitabilmente anche psicologi e psicoterapeuti e i loro pazienti.

AUTORIVELAZIONE E TRASPARENZA IN PSICOTERAPIA

Si parla di autorivelazione in psicoterapia quando lo psicoterapeuta rivela al paziente informazioni personali al di fuori dei dati professionali di base come il nome, le credenziali o la tariffa. (Farber, 2006). Oltre alle informazioni che il terapeuta rivela intenzionalmente e verbalmente, esistono aperture di tipo non verbale e non intenzionali che sono state definite come “trasparenza dello psicoterapeuta” (Jourard, 1971) . La trasparenza, quindi, si riferisce a tutte quelle informazioni sullo psicoterapeuta che sono disponibili al paziente, indipendentemente da come il paziente le ha acquisite. A tal proposito Zur e collaboratori (2009) elencano esempi di possibili tipologie di autorivelazioni.


Case Examples (Zur et Al., 2009)

  • Una psicologa rivela al suo paziente che anche a lei è accaduto di sperimentare l’ideazione suicidaria.
  • Uno psicologo annuncia al suo paziente che il mese successivo subirà un intervento cardiochirurgico.
  • Un paziente si accorge che la sua psicoterapeuta è incinta.
  • Mentre gira per il mercato comunale con la sua famiglia, uno psicologo si trova davanti un suo paziente.
  • Uno psicoterapeuta esce nudo dalla doccia nello spogliatoio della palestra che frequenta e si ritrova faccia a faccia con un suo paziente, anch’egli nudo.
  • Un paziente rivela alla sua psicoterapeuta che ha letto un suo commento online riguardante una disputa di quartiere.
  • Una paziente dice al suo psicoterapeuta che ha trovato il suo indirizzo di casa online.
  • Un paziente dice alla sua psicologa di aver visto un video di lei che nuota al mare.
  • Una paziente dice alla sua psicologa che ha pagato per una ricerca online tramite cui si è procurata i suoi dati anagrafici, il suo numero di telefono privato, il tabulato delle chiamate degli ultimi due anni e la sua dichiarazione dei redditi.

Come illustrato dagli esempi presentati, l’autorivelazione dello psicoterapeuta può essere intenzionale o non intenzionale, prevista o accidentale, verbale o non verbale e evitabile o inevitabile. La trasparenza dello psicoterapeuta può anch’essa essere il risultato di un’autorivelazione professionale o ottenuta attivamente dal paziente attraverso delle ricerche.

In particolare, Zur e coll.(2009) distinguono tre diversi tipi di autorivelazioni in psicoterapia, a seconda dell’intenzionalità o meno del terapeuta: intenzionale, inevitabile o accidentale.

L’autorivelazione intenzionale si riferisce a quando il terapeuta rivela intenzionalmente informazioni personali attraverso il linguaggio verbale o non verbale (es. affermazioni su di sé o la presenza di una fotografia personale nello studio). Essa può quindi comprendere sia il caso in cui il terapeuta rivela info su di sé direttamente sia le informazioni che emergano dalle reazioni del terapeuta al paziente durante le sedute. Autorivelazioni appropriate e derivanti da motivazioni cliniche possono essere fatte a beneficio terapeutico del cliente. Un’altra forma di AR connessa alle nuove tecnologie informatiche è la già citata costruzione di un sito web che contiene informazioni di diverso tipo sul terapeuta.

L’autorivelazione inevitabile si riferisce a qualcosa che non è completamente intenzionale né evitabile, ovvero a tutto ciò che riguarda l’apparenza personale, l’età, il genere e gli attributi fisici del terapeuta. Anche lo stile di abbigliamento, l’acconciatura, eventuali tatuaggi, accessori, come l’anello nuziale o altri simboli rappresentano auto rivelazioni di questo tipo: queste rivelazioni possono essere atti intenzionali, ma anche espressioni accidentali dei propri gusti personali o della propria identità culturale. Sono inevitabili anche l’annuncio di eventi che riguardano la vita del terapeuta, come una gravidanza o un periodo di vacanza. Il setting della psicoterapia può anch’esso suggerire alcune informazioni sul terapeuta, come il suo status socio-economico e questo è vero in particolar modo quando lo psicoterapeuta riceve presso la propria abitazione.

Ci possono essere autorivelazioni accidentali/casuali: quando il terapeuta ha reazioni verbali o non verbali spontanee e incontrollate ad un’affermazione o ad un comportamento del paziente o quando il terapeuta e il cliente si incontrano per caso in uno spazio pubblico.

Gli autori, poi specificano differenti proprietà dell’autorivelazione: a seconda dello scopo e del contesto in cui avvengono, le auto-rivelazioni del terapeuta possono essere appropriate e benigne o inappropriate e contro l’etica professionale. In particolare, laddove le aperture sono guidate e intenzionalmente impiegate a favore del processo terapeutico del paziente, sono positive e appropriate. Si possono definire benigne anche un alto numero di rivelazioni inevitabili e non intenzionali, come l’accento, lo stile o l’arredamento dello studio: esse sono parte della vita quotidiana, ma il terapeuta deve tenere conto che in alcuni casi esse possono avere un significato clinico. Quando le rivelazioni beneficiano più il terapeuta del paziente si possono definire inappropriate ed eticamente scorrette; questo può accadere ad esempio se il terapeuta condivide propri sentimenti personali per un evento a lui accaduto cercando l’empatia del paziente o se gli rivela la propria attrazione sessuale nei suoi confronti. Il paziente viene caricato del peso di informazioni non necessarie o può accadere un ribaltamento dei ruoli dove è il paziente che si prende cura del terapeuta e non il contrario.

AUTORIVELAZIONE E TRASPARENZA NELL’ERA DI INTERNET

C’è un vasto spazio in letteratura per l’autorivelazione in psicoterapia, ma nella maggior parte dei casi viene discusso ciò che avviene all’interno della relazione terapeutica e non sono considerate le numerose informazioni che lo psicoterapeuta può aver immesso nella rete. Come sottolineavo nell’introduzione, la diffusione dell’utilizzo del web come strumento comunicativo e relazionale ha avuto e sta avendo un importante impatto sulla gestione delle informazioni personali, tanto che stiamo assistendo ad una ridefinizione completa di ciò che è pubblico e ciò che è privato (Senna, 2011). Questo fenomeno ridefinisce il significato e l’applicazione dell’autorivelazione e della trasparenza in psicoterapia: con un semplice click del mouse, i clienti possono trovare una gran quantità di informazioni sui loro psicoterapeuti. Alcune informazioni personali sul terapeuta possono essere disponibili al paziente senza che il professionista ne sia consapevole.

Di fatto in Rete si confonde il confine tra ciò che è professionale e ciò che è personale e privato, proprio perché in generale in pochi anni il dominio di ciò che è privato è diminuito significativamente a favore di ciò che è di dominio pubblico e questo influenza le aspettative del paziente rispetto alla trasparenza del terapeuta (Behnke, 2008). Inoltre, con l’avvento della cultura consumistica, molti dei pazienti/clienti si considerano prima di tutto dei consumatori e, in quanto tali pretendono di conoscere ciò per cui pagano, compreso lo psicoterapeuta. Per questo motivo sono sempre di più i terapeuti che creano per promuoversi nel mercato pagine web personali in cui si presentano, che includono anche informazioni private (Zur, 2008).
Questo naturalmente ha un’immediata conseguenza sulla trasparenza dello psicoterapeuta che ormai dipende anche dalla possibilità del paziente di trovare online informazioni sul suo terapeuta.

Ciò può avvenire in diversi modi. Con una semplice ricerca su Google (il motore di ricerca più famoso della Rete) il paziente può entrare in contatto con le sopracitate pagine personali, quindi informazioni inserite dal terapeuta stesso, ma può trovare anche informazioni su diversi tipi di attività che riguardano il terapeuta (es. volontariato, politica) o informazioni sul terapeuta inserite da altri, come ad esempio commenti sul terapeuta fatti da altri clienti o colleghi. Il paziente poi potrebbe avere la possibilità di entrare in contatto col terapeuta, magari con uno pseudonimo o una falsa identità, attraverso social network o chat room. Nei casi estremi il paziente può arrivare a pagare professionisti e fare un’indagine legale oppure arrivare al cosiddetto “cyberstalking”(Zur et al, 2009)

Il terapeuta deve interrogarsi su quali possano essere le ragioni che spingono a tale ricerca. In particolare Zur e Donner (2009) individuano diverse possibili motivazioni che vanno dalla normale curiosità allo stalking criminale.
Un paziente sanamente curioso riguardo il proprio terapeuta, oltre a guardare l’eventuale sito personale del proprio terapeuta può condurre una semplice ricerca sul web. Questo tipo di ricerca può condurre a informazioni riguardanti la vita professionale dei terapeuti (es. formazione, credenziali) o informazioni private che riguardano la loro appartenenza a gruppi presenti nel web.
Un paziente più esperto delle tecnologie può fare una ricerca più approfondita cercando nei forum in rete eventuali commenti sul terapeuta- Questo tipo di ricerca può rientrare in quell’atteggiamento, accennato precedentemente e diffuso in epoca moderna, del consumatore che si sente legittimato a ricercare informazioni sul “prodotto” che vuole acquistare, rappresentato in questo caso dallo psicoterapeuta.

Un paziente che ricerca insistentemente informazioni personali sul terapeuta, come l’indirizzo, lo stato sociale, gli altri membri della famiglia, l’orientamento sessuale o le scelte religiose si può definire un paziente intrusivo. Questo atto può derivare da intensa curiosità, ma anche da ragioni ossessive e da un atteggiamento di sfida nei confronti del terapeuta. Il paziente può raggiungere il suo scopo entrando in un social network o forum sotto falsa identità o anche usufruendo di servizi a pagamento che permettono di ottenere legalmente informazioni pubbliche sul terapeuta (es. atto di divorzio) che non sono direttamente disponibili online.
Il caso estremo è rappresentato dal cosiddetto “cyber-stalking” nel quale il paziente cerca di ottenere informazioni private sul terapeuta con metodi illegali. Condurre questo tipo di ricerca attraverso il web è molto più facile ed economico rispetto ad ottenere le stesse informazioni in modi tradizionali e il paziente può accedere ad informazioni strettamente personali, come ad esempio: estratti conti bancari, tabulati del cellulare, account e-mail.

I terapeuti si possono quindi trovare in situazioni di difficile gestione, soprattutto considerando la scarsità di trattazione dell’argomento in letteratura e la conseguente mancanza di regolamentazione specifica relativa alla trasparenza degli psicoterapeuti sul web.

Gli autori Zur e Donner (2009) suggeriscono delle linee guida(vedi figura 2). Preso atto degli utili consigli pratici che offrono Zur e Donner, sorgono, a mio parere, diversi spunti di riflessione a partire dalla constatazione che la possibilità che le informazioni presenti su Internet entrino in gioco nella relazione terapeutica è diventata sempre più ampia man mano che si è diffuso l’utilizzo di Internet soprattutto nella sua dimensione socio-relazionale. Uno psicoterapeuta che esercita nell’era contemporanea deve prepararsi a gestire le possibili situazioni e introdurre nel setting clinico delle regole di massima che includano le possibilità comunicative offerte dal Web.

Oltre a monitorare la quantità e la qualità di informazioni su di sé presenti e raggiungibili attraverso Internet, alla luce di quanto ho descritto in quest’articolo, può essere utile stabilire delle regole riguardanti lo scambio di e-mail e la comunicazione via social-network (ad es. può capitare che un paziente chieda al suo psicoterapeuta di condividere l’amicizia in Facebook).

Formulare a priori un regolamento, naturalmente, non esime dal considerare di volta in volta e caso per caso il significato terapeutico che la richiesta o un agito del paziente possano avere in quella specifica relazione. In generale, trovarsi in una situazione in cui un paziente invade la vita personale del terapeuta, può essere una grande opportunità per esplorare questioni riguardanti l’alleanza terapeutica e i confini della relazione terapeutica, aumentando anche la nostra conoscenza del funzionamento relazionale del paziente.


Fig.2 Linee guida proposte da Zur e Donner, 2009

LINEE GUIDA GENERALI SULLA TRASPARENZA IN INTERNET

  • I terapeuti devono tener conto che tutto ciò che inseriscono online sul web potrebbe essere letto dai propri pazienti, sia che sia sul proprio sito web, blog pubblici o privati, forum. chat o social network.
  • I terapeuti dovrebbero stare molto attenti nel discutere i loro casi online e prima di farlo ottenere il permesso dai client o rimuovere le informazioni che li rendano identificabili.
  • Quando un terapeuta scopre che un cliente, o un potenziale cliente, ha agito in modo intrusivo o criminoso rispetto alla ricerca online, egli deve pensare ai risvolti clinici, etici e legali. A seconda del livello di invasività e di criminosità degli atti, le risposte del terapeuta possono variare da un discussione clinica col paziente al coinvolgimento delle forze dell’ordine.
  • I terapeuti dovrebbero cercare informazioni su di sè nel web periodicamente così da essere consapevoli di ciò che i loro client, e il resto del mondo, possono venire a sapere. Nel fare questa ricerca, usando un motore di ricerca come Google, è consigliabile utilizzare differenti combinazioni di nome e titolo, es. “Mark Smith”, “Mark Smith, Dott.,” “M. Smith,” “Smith, M.,” “Dott. Smith,” etc. La ricerca può essere fatta anche con diversi motori di ricerca per vedere se le informazioni cambiano.
  • Provate a digitare i vostri diversi numeri telefonici su Google o altri motori di ricerca e vedere se saltano fuori informazioni private, come il vostro indirizzo di casa.
  • Se nella vostra ricerca, trovate informazioni private su di voi che non vorreste fossero pubbliche, o delle informazioni sbagliate che vorreste correggere, cercate di capire come ci sono finite lì e se potete farle rimuovere.
  • Dovete sapere che anche se le informazioni sono state rimosse, potrebbero essere recuperate da siti web specializzati o server che tengono archivi di tutti i post e le pagine web passate, o da qualcuno che le ha rilevate prima della loro rimozione.

CONCLUSIONE

Gli psicoterapeuti dovrebbero essere consapevoli che tutte le loro azioni online rimangono registrate sul web e possono in qualche modo essere viste dai clienti. Questo non significa che uno psicoterapeuta non debba utilizzare internet, semplicemente, un terapeuta dell’era moderna dev’essere consapevole delle implicazioni che tale utilizzo può avere ed eventualmente prepararsi a sfruttare le implicazioni di Internet come opportunità per esplorare il comportamento del paziente, tenendo conto del significato che può avere nella specifica relazione terapeutica. Nell’interrogarsi sulla dimensione dell’autorivelazione in psicoterapia è diventato ormai necessario includere le possibilità comunicative e di diffusione delle informazioni offerte da Internet: alla luce di quanto descritto in quest’articolo, oltre a monitorare la presenza in rete di informazioni che lo riguardano, per ogni terapeuta sarebbe utile stabilire dei criteri generali di comportamento legati a richieste specifiche che possono essere fatte dai pazienti (Es. richiesta di amicizia su Facebook o indirizzo mail) con dei margini di flessibilità a seconda dei bisogni specifici del paziente.

BIBLIOGRAFIA

Behnke, S. (2008). “Ethics rounds: Ethics in the age of the Internet. Monitor on Psychology”. Retrieved from http://www.apa.org/monitor/2008/07-08/ethics.html

Farber, B. (2006). “Self-disclosure in psychotherapy”. New York: Guilford Press.

Jourard, S. M. (1971). “The transparent self”. New York: Van Nostrand Reinhold.

Senna, E. (2011) “L’Interazione umana nell’era di Internet”

Zur, O. (2008). “The Google Factor: Therapists’ self-disclosure in the age of the Internet: Discover what your clients can find out about you with a click of the mouse”. The Independent Practitioner, 28, 83–85.

Zur O., Williams M. H., Lehavot K., Knapp S. (2009). “Psychotherapist self-disclosure and transparency in the Internet age”. Professional Psychology: Research and Practice, 40, 1.

Zur, O., Donner, M.B. (2009), “The Google Factor: Therapists’transparency in the era of Google and MySpace”. The California Psychologist

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