Dr.ssa Alessandra Bergamini psicologa
Dr.ssa Claudia Jasmin Marelli psicologa – psicoterapeuta Centro Eos
Dr.ssa Greta Lalli psicologa – psicoterapeuta Centro Eos
Dr.ssa Sara Giugni psicologa – psicoterapeuta Centro Eos

1 Analisi del contesto relazionale

1.1 Il ruolo dell’insegnante nel tempo

La nostra società è in continua trasformazione strutturale e culturale evidenziandosi in crisi per il crollo dei fondamentali valori etici, all’interno di questo contesto anche il ruolo dell’insegnante è profondamente cambiato e ne risente a livello di prestigio.

La figura dell’insegnante, un tempo fortemente rispettata perché autorevole in quanto detentrice del sapere, oggi non riceve più lo stesso credito di fiducia da parte delle famiglie, all’opposto l’insegnante viene continuamente giudicato, gli viene richiesto di giustificare le sue
azioni, subisce aggressioni da parte delle famiglie e si trova spesso a doversi difendere.

Viene per di più oberato di nuove responsabilità che gli richiedono un aggiornamento costante che a volte escono dal ventaglio delle sue specifiche competenze tecniche.

All’insegnante oggi non vengono richieste solo abilità didattiche, ma competenze trasversali relazionali , pedagogiche, tecnologiche e psicologiche.

Anche nella didattica il suo ruolo non è più quello di “semplice docente” ma di “educatore” chiamato a promuovere la “formazione integrale dell’uomo” che comprende lo sviluppo di tutte le facoltà dell’alunno.

1.2 La famiglia nel tempo

Allo stesso modo sono mutate anche le famiglie nel tempo.

Nella famiglia moderna spesso lavorano entrambi i genitori, si riduce la quantità di tempo che questi possono passare con i propri figli e molti aspetti educativi vengono quindi più o meno consapevolmente delegati agli insegnanti.

I figli vengono solitamente programmati e sono sempre meno numerose le famiglie con più bambini (spesso restano unici), e si riversa su di loro un iperinvestimento affettivo.

La famiglia si trasforma anche da normativa ad affettiva divenendo quindi iperprotettiva e scarsamente autorevole nei confronti dei ragazzi. Anche per questo sono sempre meno presenti i confini e i limiti che vengono imposti ai figli che conseguentemente non sanno più gestire la frustrazione conseguente a un NO o a una privazione.

Nell’era della parità dei sessi a tutti i costi, inoltre, i ruoli di madre e padre entrano in crisi non trovando più limiti definiti. In questo contesto così mutato le famiglie attribuiscono alla scuola un mandato più complesso della semplice richiesta di un’istruzione adeguata e di una preparazione al mondo del lavoro per i propri figli.

La scuola non è però sempre in grado di corrispondere in termini propositivi a tale richiesta. In questi casi la comunicazione scuola famiglia risulta bloccata in un atteggiamento bidirezionalmente difensivo, quando invece dovrebbe instaurarsi un’alleanza che abbia come fine comune il benessere del ragazzo e il corretto sviluppo dell’alunno.

Essendo cambiati i tempi e i ruoli, e di conseguenza anche il modo in cui ci si rapporta con gli insegnanti, risulta necessario che questi ultimi ne prendano consapevolezza e che non si aspettino di essere trattati con la stessa riverenza di un tempo.

1.3 Aspettative della famiglia

Le famiglie oggi si aspettano dagli insegnanti

  • che siano in ascolto e siano rassicuranti
  • che parlino al figlio in modo diretto e rispettoso
  • che parlino loro del figlio in modo diretto e veritiero sia in positivo
  • che in negativo (comunicare sia difficoltà che capacità del ragazzo)
  • che tengano conto della realtà specifica di quella famiglia (ad esempio per gli stranieri attenzione alla lingua) oltre che essere aperto e disponibile
  • che sia discreto, flessibile e professionale
  • che permetta ai genitori di entrare a scuola, partecipando ad alcune attività o almeno osservando
  • che dia una mano alla famiglia a fare il genitore
  • che consideri il genitore e abbia interesse per lui
  • che sia chiaro con il genitore e con il bambino
  • che usi un po’ di leggerezza e che ogni tanto sorrida

1.4 Aspettative dei docenti rispetto alla famiglia

  • che si fidi senza bisogno di controllarli
  • che dimostri interesse, partecipi e si coinvolga
  • che li riconosca come insegnanti e sia rispettoso del ruolo
  • che comunichi in maniera diretta anche sugli aspetti negativi senza parlarne prima con altri
  • che conceda il diritto all’errore del docente
  • che lavori affinché il bambino arrivi a scuola autonomo
  • che parli al bambino in modo positivo della scuola e lo incoraggi

Un aspetto molto importante per gli insegnanti è quello di informarsi sugli stili educativi attivati dai genitori nei confronti dei figli, in quanto, nonostante il poco tempo che madre e padre passano con i figli, risultano in primis loro a dare l’imprinting per quanto riguarda lo stile
educativo.

Numerosi studi parlano del fatto che gli alunni, a seguito della scolarizzazione, sviluppano verso gli insegnanti lo stesso stile di attaccamento che si è strutturato con i genitori. Da questo si evince che l’insegnante rappresenta per il bambino/ragazzo una figura di fondamentale importanza affettiva, verso la quale metterà in atto però le modalità relazionali ed educative apprese dalle relazioni primarie con i genitori. A tal proposito effettuare un’attenta analisi delle stili educativi famigliari risulterà a dir poco centrale.

1.5 Gli stili educativi secondo Lewin

Autoritario

Caratterizzato da affermazione del potere genitoriale e distacco nei confronti del figlio. Non esiste libertà di parola e non c’è interesse per l’opinione dei figli.

Figli:

  • forte bisogno di dipendenza
  • scarse competenze sociali (prepotenti e/o succubi dell’altro)

Permissivo
rapporto caratterizzato da affetto e poche o scarse regole. Ci sono aspettative quasi nulle nei confronti della capacità dei figli di rispettare le regole che vengono condivise e contrattate con i figli.

Figli:

  • poca determinazione
  • scarso interesse nel raggiungimento degli obiettivi

Autorevole
Caratterizzato dall’assenza di punizioni a favore di un dialogo e confronto nel rispetto reciproco. I criteri sono pensati, condivisi e rispettati. Compresenza di limiti e affetto.

Figli:

  • si fidano delle loro capacità
  • interessati agli altri e ai loro risultati nel rispetto
  • cooperanti

Trascurante
non c’è interesse verso il figlio, Assenza di limiti e di affetto. Generale disinteresse.

Figli:

  • socialmente immaturi
  • potrebbero risentirne anche a livello cognitivo.
  • questo è lo stile che crea più danni al bambino.

La scuola oggi deve diventare lo spazio della relazione educativa quindi il luogo della reciprocità comunicativa, nel quale fare l’esperienza di ascoltare e di essere ascoltati, di comprendere ed essere compresi, di accogliere ed essere accolti.

E’ il territorio in cui è possibile fare l’esperienza della comunicazione e della piena espressione di sé e del prendersi cura dell’altro. L ‘incontro mette a confronto non solo due adulti responsabili a diverso titolo della formazione di un ragazzo ma due concezioni educative che si contendono il privilegio di dire la propria rispetto a un essere umano in una fase critica del percorso di vita.

L’evento “consegna delle valutazioni” è l’occasione in cui il microsistema famiglia e microsistema scuola si incontrano e/o si scontrano.

In caso di successo scolastico i discorsi della famiglia verosimilmente riguarderanno i seguenti fattori:

  • Tratti disposizionali del figlio;
  • Risorse culturali e sostegno ricevuto in famiglia;
  • Bravura dei docenti;

In caso di insuccesso

  • Aspetti dinamici del figlio (es fase di transizione);
  • Responsabilità della scuola( cattiva organizzazione, discussione professionalità dicente);
  • Discolpa della famiglia.

2 Elementi in gioco

2.1 Le emozioni del genitore

Un colloquio formale genera sempre nel genitore uno stato di ansia più o meno forte e più o meno consapevole riguardo a ciò che gli insegnanti avranno da dire sul figlio e indirettamente su di loro, poiché questo potrebbe minare l’immagine che hanno del figlio perfetto e quella di loro stessi come genitori infallibili.

I genitori (spesso più le madri) vivono infatti il colloquio come un giudizio sul loro ruolo e sulloro operato, e si sentono sotto esame indirettamente attraverso il figlio, i suoi risultati e comportamenti. Questo può indurre ad atteggiamenti di chiusura o agitazione soprattutto nelle prime fasi del colloquio, che poi andrà stemperandosi se l’insegnante sarà in grado di far sentire il genitore accolto e ascoltato, senza metterlo sotto pressione.

2.2 Le emozioni degli insegnanti

La dimensione emotiva non coinvolge soltanto i genitori. Anche negli insegnanti il colloquio genera un normale stato di ansia che può diventare più forte di fronte a situazioni nuove o inaspettate.

L’insegnante vive il colloquio in conflitto tra ciò che vorrebbe dire e ciò che “è autorizzato” a dire per non essere attaccato, ed essere anzi compreso e ascoltato. Questo può generare frustrazione perché a volte si sentirà con le mani legate e avrà la sensazione di non riuscire mai ad arrivare al punto.

Per provare a contrastare questo circolo vizioso è utile farsi uno schema di ciò che si vuole dire al genitore, una mappa di riferimento che contrasti l’improvvisazione e contenga i rischi di perdersi in un confronto senza meta. Dopodiché sarà importante provare a creare un canale di comunicazione autentico, ponendosi in ascolto dell’altro e del suo mondo interiore, facendosi raccontare “chi è il ragazzo” sgombrando il più possibile il proprio spazio mentale per accogliere l’altro e le sue osservazioni.

Nascondersi dietro il proprio ruolo professionale con atteggiamenti di imperturbabilità per comunicare in maniera distaccata anche notizie difficili è solo un modo per difendersi dall’incontro, non risultando poi una modalità efficace per gettare le basi di una relazione.

E’ inoltre importante, all’interno di tale relazione, saper riconoscere le proprie emozioni e quelle dell’altro per poterle gestire e non mettere in atto (ad esempio con un tono di voce irritato e/o con una rigidità fisica).

Di fondamentale aiuto in questo senso è interrogarsi sul proprio personale vissuto (di successo, insuccesso/fallimento, frustrazione, ecc.) rispetto alle capacità acquisite dall’alunno, ma anche riflettere sulle aspettative del genitore rispetto al figlio, sul significato che egli da al processo di istruzione, sul senso di adeguatezza o meno che vive rispetto all’istituzione scuola e al docente, ecc.

Un insegnante che non si interroghi sulle proprie emozioni non solo rischierà di fallire nella possibilità di creare con il genitore l’alleanza necessaria, ma anche in quella di comprendere ciò che spingerà quel genitore a comportarsi in un determinato modo, rendendo vano, se non addirittura inefficace, ogni suo futuro intervento educativo.

2.3 Le emozioni dell’alunno

Il colloquio genera ansia anche nell’alunno stesso che “sente di subire” questo incontro tra adulti. A generare ansia oltre al “giudizio” può essere la quantificazione del proprio valore in termini numerici attraverso il voto.

Per questo è importante rimandare un’immagine della totalità del ragazzo evidenziandone non solo criticità, ma anche talenti e risorse in una visione globale del ragazzo stesso.

Anche la visione che i genitori hanno della scuola, e che i ragazzi avvertono tra le mura domestiche, influenzerà non solo il modo in cui i figli vivranno la scuola ma anche il momento del colloquio.

3 Il gruppo di lavoro di fronte al colloquio

3.1 Il pensiero di gruppo

Affinché il genitore si senta compreso, ascoltato e tranquillo riguardo alle comunicazioni ricevute dalla scuola è importante che senta di rapportarsi a un gruppo di lavoro e che dietro quell’immagine del figlio che gli viene comunicata ci sia stata una trasmissione di informazioni all’interno di una équipe all’interno dell’istituzione scuola.

E’ essenziale che al genitore non arrivino le singole visioni dei singoli insegnanti che possono anche essere contraddittorie tra loro, ma una singola visione che sia il risultato del confronto delle singole parti.

Attraverso il pensiero di gruppo è anche più facile comunicare notizie spiacevoli, che risultano così come il ragionamento di un team e non come il pensiero di un singolo.

E’ dimostrato che l’organizzazione di periodiche riunioni in cui i professionisti si confrontino e condividano le proprie informazioni e osservazioni permetta di avere una visione più globale e completa dei casi, ognuno secondo il proprio ruolo e la propria prospettiva.

Un monitoraggio in itinere permette cambiamenti opportuni laddove i piani stabiliti inizialmente non si mostrino del tutto efficaci.

La professionalità dell’insegnante comporta quindi anche il saper lavorare assieme ai propri colleghi.

E’ di fondamentale importanza, davanti al genitore, dimostrare con verso i colleghi rispetto, comprensione e un’unità di intenti e che non dia adito alla trasmissione di messaggi contraddittori.

A tal fine i colloqui andrebbero strutturati dal corpo insegnanti, stabilendo gli elementi da mettere in luce, da un lato, e “chi (intendendo l’insegnante scelto per tale comunicazione) e come” comunicare ai genitori eventuali difficoltà dall’altro.

Gli insegnanti devono inoltre tenere presente di rappresentare la scuola nel suo insieme per cui l’orientamento che si decide di assumere per la conduzione del colloquio dovrà essere comune a tutto il gruppo docenti della scuola.

Anche le modalità sanzionatorio – punitive (vd note e sospensioni) andrebbero pensate dal gruppo e non “agite” dal singolo insegnate, al fine di risultare nettamente più incisivi in termini di comportamento e rispetto delle regole.

Ad oggi, il rischio è che ad esempio un numero eccessivo di note non facciano che mostrare alla famiglia un’incapacità gestionale del singolo docente piuttosto che far emergere la disfunzionalità del comportamento dell’alunno.

Attualmente, infatti, tale strumento ha un impatto più potente sugli alunni che solitamente si relazionano in maniera adeguata, piuttosto che sugli alunni che manifestano ripetutamente comportamenti problema.

Come lavorare in équipe? Lavorare in gruppo significa riuscire ad utilizzare tutte le risorse di ogni singolo membro, valorizzando ogni opinione, ritenendola degna di ascolto anche se molto diversa dalla propria; saper riconoscere i propri limiti e essere aperti all’idea che l’altro possa fornire informazioni, conoscenze e competenze che possono essere integrate con le proprie per operare al meglio.

Nel caso di divergenza di opinioni e di conflitti è importante l’autocontrollo e avere un atteggiamento flessibile ed empatico, tenendo sempre presente che lo scopo ultimo deve rimanere quello di migliorare lo stato di benessere dell’alunno e non dimostrare che la propria visione sia la migliore.

Ognuno deve sentirsi libero di esprimersi senza doversi mettere sulla difensiva per il timore di essere giudicato. Ogni contributo professionale deve essere valorizzato per l’importante contributo che porta.

Questo è possibile se si imparano a conoscere le dinamiche che si possono instaurare in un gruppo (come il conflitto e l’invidia) per imparare a gestirle.

I conflitti sono situazioni nelle quali due o più persone entrano in opposizione o disaccordo perché i reciproci interessi, posizioni, bisogni, desideri, valori personali sono incompatibili o sono percepiti come incompatibili, dove giocano un ruolo molto importante le emozioni e i sentimenti e dove la relazione tra le parti in conflitto può uscirne rafforzata o deteriorata in funzione di come si sviluppi il processo di risoluzione del conflitto (Torrego Seijo, 2003).

I conflitti sono spiacevoli e sono vissuti dalla maggioranza delle persone come distruttivi per le relazioni, controproducenti e costosi per un gruppo o una organizzazione perché il sistema perde di funzionalità.

Il conflitto è invece un’esperienza comune, quotidiana e costante nella vita degli individui e dei gruppi, risultando oltretutto una delle potenziali risorse evolutive del gruppo.

Quando si entra in contraddittorio con un collega ci si dovrebbe sempre chiedere:

Cosa “sto mettendo” di mio nel conflitto?
E cosa mi “porto via” dal conflitto?


Ancor più colmo di pregiudizio è il sentimento dell’invidia. Tale stato d’animo è presente spesso nei gruppi ma è difficilmente ammissibile perché vissuto come qualcosa di “non accettabile”; nessuno infatti ama pensarsi come invidioso, anche se tutti, almeno una volta nella vita, si è vissuto tale sentimento.

É universalmente riconosciuto come ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede; ed è l’emozione negativa più rifiutata poiché comporta l’ammissione di essere inferiore rispetto alla cosa che si invidia all’altro e il tentativo di danneggiare l’altro in modo subdolo.

L’invidia non è però solo negativa, bisogna imparare a distinguere tra:

  • invidia distruttiva: si trasforma l’oggetto invidiato in oggetto svalutato
  • invidia costruttiva: può essere la molla che porta al cambiamento

Per fare gruppo bisogna essere consapevoli delle proprie emozioni e sentimenti affinché queste non influiscano negativamente sul lavoro.

Se non si ha fiducia in un collega si faticherà a rappresentarlo nel colloquio, ma si può contrastare questa dinamica e fare fronte comune solo se si è consapevoli di ciò che si prova e si lavora insieme per uno scopo comune.

4 Costruzione del rapporto

4.1 Parliamo di fiducia

Il rapporto di fiducia con il genitore va costruito nel tempo. Anche se posso pensarmi affidabile, nessuno si fida di qualcuno a priori senza conoscerlo.

La fiducia, infatti, si fonda su un insieme di esperienze positive e l’assenza di controprove negative. Quando si è parte di una istituzione è importante considerare che si è una parte del tutto, e che quindi basta non avere fiducia in una delle parti affinché si mettano le basi perché la fiducia venga meno.

Se il genitore pensa male della scuola, del preside, di un mio collega, assumerà atteggiamenti diffidenti anche con me, quindi è sempre importante interrogarsi su quanto il genitore si fidi dell’intera istituzione.

Per guadagnare fiducia è inoltre importante dimostrarsi accoglienti e intensificare le occasioni di incontro e dialogo formali e di coinvolgimento perché si accumulino quelle esperienze positive di cui abbiamo accennato e che rappresentano i mattoni di un rapporto basato sulla fiducia.

E’ importante inoltre soffermarsi a riflettere sulla figura del Rappresentante di Classe, poiché sarà colui con cui più volte capiterà di doversi relazionare. Come viene eletta questa figura? Rappresenta davvero i genitori?

4.2 La famiglia migrante

Le famiglie migranti sono ad oggi sempre più numerose e richiedono uno sforzo di riflessione in più. Per la famiglia migrante, l’inserimento in una nuova scuola con una lingua, una cultura, e delle regole diverse rappresenta quasi una sorta di migrazione nella migrazione (Favaro 2009).

Questo produce nei ragazzi e nelle loro famiglie un senso di inadeguatezza e di timore verso il nuovo contesto, le nuove regole sociali e una nuova idea di scuola. Oltre a questo le famiglie migranti presentano delle fragilità ulteriori come la rottura dei legami più forti e il frantumarsi delle reti famigliari, senza escludere un costante senso di nostalgia verso il mondo che hanno lasciato.

Le famiglie migranti sono impegnate nel doppio ruolo di mantenere viva la loro identità culturale e allo stesso tempo sono chiamati a dimostrare una notevole capacità di adattamento ai nuovi ruoli sociali e culturali (Villano, 2005).

Sussiste inoltre un’importante difficoltà linguistica che può far si che debba essere il figlio a tradurre ai genitori i messaggi durante il colloquio causando un capovolgimento di ruolo che li farà sentire inadeguati sia nei confronti degli insegnanti che dei figli stessi.

Anche per gli insegnanti rappresentano una difficoltà ulteriore in quanto dovranno far fronte alle difficoltà linguistiche sia nei colloqui con la famiglia che con i ragazzi, per cui dovranno pensare a come integrare diversi livelli linguistici nell’insegnamento della loro materia con la paura di non riuscire a rispettare il programma prestabilito.

Anche in questo caso è importante l’empatia e sapersi mettere nei panni dell’altro. Utili sarebbe anche riuscire a garantire un servizio di mediazione, usare avvisi e comunicazioni scritti in più lingue e promuovere eventualmente corsi di lingua.

Di grande aiuto sarebbe anche organizzare eventi per condividere esperienze con le famiglie di diversa appartenenza culturale ( ad esempio coinvolgendo i genitori in esperienze che parlino del loro paese d’origine all’interno del contesto scolastico).

5 Pensare il colloquio

Come di fronte a ogni attività che comporti il contatto umano in termini evolutivi, anche il colloquio tra insegnante e genitore andrebbe primariamente pensato piuttosto che intrapreso senza un momento di riflessione.

Come già menzionato, il colloquio come frutto di una condivisione gruppale sortirà verosimilmente esiti decisamente più proficui rispetto a quello che potrebbe invece nascere senza alcun confronto con i colleghi di classe.

Ad ogni modo, ogni insegnante dovrebbe svolgere una prima analisi dei suoi intenti comunicativi nel tentativo di conoscere meglio i contenuti che vorrà esporre e l’emotività che egli stesso sarà tenuto e conoscere e controllare.

Quando si parla di controllo dell’emotività non si fa ovviamente riferimento al fatto che vi siano emozioni sbagliate che vadano soppresse, bensì ci si riferisce al fatto che una buona conoscenza delle emozioni che un bambino e un genitore suscitano all’insegnante, permetterà che si eviti che emergano in maniera incontrollata durante il colloquio.

Una buona prassi comunicativa comporta che l’insegnante si ponga inizialmente alcuni quesiti:

SENTIAMO DI ESSERE APERTI ALL’ALTRO?
RIUSCIAMO A DARE UNA VALUTAZIONE SULL’ALUNNO SENZA ESSERE GIUDICANTI?
METTERSI NEI PANNI DELL’ASCOLTATORE PRIMA DI PARLARE…come potrebbe prenderla?

Una volta risposto a queste domande, vi sono alcuni atteggiamenti comunicativi sui quali sarebbe utile e proficuo, al fine di ottenere un’aperta anziché una chiusura, riflettere attentamente.

Tali punti saranno qui di seguito schematizzati:

  1. OSSERVAZIONE vrs CRITICA
  2. COLLABORAZIONE vrs COMPETIZIONE
  3. ASCOLTO vrs PAROLA
  4. PENSIERO vrs PAROLA
  5. DIFFICOLTÀ DEL BAMBINO vrs DIFFICOLTÀ PERSONALE
  6. PARLA L’INSEGNANTE vrs PARLA LA PERSONA
  7. PROFESSIONALITÀ vrs CONFIDENZIALITÀ
  8. CRITICITÀ vrs AGGRESSIVITÀ

Considerazioni conclusive

Sarebbe bene provare sempre a ribaltare il proprio punto di vista, ad esempio provando a porci di fronte alla stessa osservazione in termini opposti a quelli che fino a quel momento sono stati considerati.

Ogni comportamento, anche il più incomprensibile, ha delle ragioni d’essere per la persona che lo mette in atto, pertanto valutarlo come sbagliato o scorretto perché crea difficoltà, sicuramente non fa che allontanare dall’obiettivo….l’incontro.

QUI DI SEGUITO LA SCHEDA DI SUPERVISIONE RIVOLTA AGLI INSEGNANTI PENSATA E STRUTTURATA DALL’ÉQUIPE DEL CENTRO EOS.

La vita può essere capita solo all’indietro; ma deve essere vissuta in avanti”.
(Søren Kierkegaard)

Bibliografia

Libri rapporto scuola famiglia

La famiglia va a scuola. Discorsi e rituali di un incontro
Iannaccone, Antonio

Scuola e famiglia. Costruire alleanze
Cardinali, Paola

Le relazioni genitori-insegnanti
Bartolomeo, Annella

La comunicazione docenti-genitori. Riflessioni e strumenti per tessere alleanze educative
Dusi, Paola

È intelligente ma non si applica. Come gestire i colloqui scuola-famiglia
Cesari Lusso, Vittoria

Saggio sullo stile di insegnamento

Una lezione d’ignoranza
Pennac, Daniel

Testo di riferimento per la psicologia scolastica

Lo psicologo nella scuola. Ciò che fa, ciò che potrebbe fare
Petter, Guido

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